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Geo, pastore dello Zen


Geo oggi

Salve, mi chiamo Geo e sono un pastore dello Zen. Così mi hanno detto. Una razza speciale, con quattro zampe, una coda e una gran bella faccia tosta!
Adesso mi sto addormentando e fra un po' non mi sveglieranno nemmeno i botti, che all'Uditore non mancano mai. Mi sono trasferito in questo quartiere ormai da tanto di quel tempo che non mi ricordo più da dove venivo. 
Anche io quando dormo sogno… il più delle volte sono in un terreno pieno di sterpaglie e ci corro dentro, veloce, veloce, senza badare a fosse, spine, pietre, rocce e rami secchi e non mi faccio mai male, nemmeno quando rimbalzo contro la rete metallica che mi si mette sempre fra i piedi… mi giro e ricomincio la mia corsa all'incontrario. Le orecchie al vento, gli occhi socchiusi, mi sento sempre più forte… mi sento invincibile!
Quando mi addormento e faccio questo sogno spesso mi tremano le zampe e con mio enorme disappunto sul più bello della corsa quel paesaggio d’un tratto sparisce. Ma io, per non dimenticarlo, alzo lo sguardo verso quei grandi scatoloni gialli bucherellati e cerco di fissare le coordinate di questo posto meraviglioso …
Perché, prima o poi, io lo ritroverò.
Dovrei però innanzitutto scappare da qua e a dire il vero non è che mi vada di farlo, perché in fondo gli voglio pure bene a questi strani umani con cui vivo. Nevrastenici e volubili, ma anche tanto gentili quando vogliono… non vorrei che si offendessero. Se non fosse per loro me ne sarei già andato da tanto tempo. 
Ogni giorno spero che il mio papà umano mi porti lì, nel mio sogno. Per questo guardo sempre il mio guinzaglio che tengono appeso dietro la porta della cucina e abbaio e sgrano gli occhi, ma inutilmente, papà non mi capisce… Non mi capiscono mai - sto parlando di loro, della mia famiglia umana - non mi capiscono mai nemmeno quando gli ripeto le cose tre volte di seguito. Ma al terzo bau mi fermo, non ho speranze! 
E allora guardo lontano, oltre questa maledetta edera che avvolge e nasconde tutto ma proprio tutto, tranne quella gatta Rossa che mi fa le smorfie solo perché c’è una rete fra me e lei, altrimenti…! Per non parlare delle tre vecchie tartarughe della zia Never! Riesco a vedere anche loro attraverso i vuoti fra le foglie che mia sorella Metra mi aiuta ad aprire, ogni giorno sempre un po’ di più… mi fanno impressione, con quelle corazze scure, sono strane, fanno rumore e giocano a darsi testate… sto ore e ore a guardare cosa fanno, sono così lente! ... forse potrei giocarci assieme, ma non me le fanno conoscere…
Oltre alle tartarughe, alla gatta Rossa e a qualche amara lucertola, da qua non passa più nessuno. Tranne che dal cielo, con tutti quei gabbiani che salgono e scendono dalla montagna puzzolente e quelle tortoracce stizzose che mi fissano dall’antenna, ma non hanno il coraggio di scendere. Uccellacci! sghignazzano alle mie spalle oltre il muro verde di questa stramaledetta edera gigante che non secca mai, nonostante io la innaffi ogni santo giorno e con la coscia ben alzata!
Quando la noia mi assale chiamo i soccorsi e ululo, senza pausa. Sibilo a fil di voce, per non disturbare.
È da quand’ero ragazzino che mi piace cantare, ma con la vecchiaia sono diventato sempre più bravo tant’è che certe volte riesco a non farmi sentire dagli umani da quanto è basso il timbro delle mie corde vocali… sfioro gli ultrasuoni. Ma nessuno dei miei vecchi amici ancora mi ha raggiunto. Forse parlo con i cani sbagliati! In effetti mi confondo con tutti questi allarmi che emettono i bipedi! Le mie note sono quelle giuste, ma ormai sono sicuro che non non mi capiscono neanche i miei cugini di campagna. 
Dove sto adesso infatti ci sono tanti giardini come il mio chiusi da mura troppo alte e a tutti noi prigionieri per amore dell’umano non rimane che parlarci a distanza… se non si mettono di traverso a fare confusione l’arrotino, l’ombrellaio e le sue cucine a gas o il pane e viscuotta e le donne! è arrivato il gelataio, ioupitittuvifazzugrapiri eccetera eccetera… per educazione io gli rispondo sempre!
Quando sogno però mi passa tutta la malinconia che provo di giorno e non ululo, no! Nel sogno non ululo mai! Nel sogno io cammino, corro e sono felice!

posa malinconica (molto frequente!)
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Sino a qualche anno fa c’era un grosso pezzo di terra incolta, così come non molti altri ancora ne rimangono nella vasta e non più dorata Piana dei Colli di Palermo. A parte quei pochi esemplari isolati di agrumi che sopravvivono a memoria di quello che era un tempo non molto lontano la periferia della mia città – la Conca d’Oro la chiamavano – di dorato ormai non c’è più nulla in queste terre, a meno che non si ritenga oro il colore giallo spento dei palazzi dello Zen, manifesto della tristezza che ci ammala e che di recente ha investito anche le nostre tanto rinomate arance.
C’era dunque un grosso pezzo di terra in quella zona, ma veramente grosso da perdervisi al suo interno, e al centro di questo immenso feudo c’era pure una grande villa, del Settecento sembra, decisamente malandata e cadente, come molte altre di quella zona. Per tanti e tanti anni in quel terreno non entrò nessuno, nemmeno i contadini, perché degli alberi di un tempo non rimaneva più traccia, eccetto qualche ulivo selvatico e immensi limoni secolari buoni solamente a farci legna. E infatti un poco alla volta qualcuno di nascosto li tagliava, lasciando al suolo sempre più arido i monconi delle radici non estirpate. Questo terreno era recintato e di quando in quando conservava anche porzioni delle mura che originariamente costituivano il ‘firriato’, l’intreccio di strade sterrate che disegnavano le campagne circostanti la Palermo di un tempo. Queste mura erano composte da enormi conci di tufo ed erano alte anche più di due metri e mezzo. Difficilmente oggi si mantengono integre e molto più verosimilmente è facile trovarne piccoli tratti ai quali si accostano le nuove recinzioni, come quella del terreno di cui stiamo parlando.
Scavalcare queste mura un tempo era quasi impossibile, oggi però il tufo è talmente logorato che nelle sue profondità è facile inserire la punta delle scarpe … e si è già oltrepassato il confine. Ed è proprio così che pochi, pochissimi temerari sono riusciti ad entrare in quel regno dell’ignoto. Nessuno infatti poteva sapere cosa succedesse in quel terreno, se non limitatamente a ciò che era visibile appena oltre la rete di cinta, e non era molto.  
C’era un vecchio cancello di ferro, mezzo divelto dai suoi cardini arrugginiti, ma ben serrato da una lunga e luccicante catena avvolta in due giri e sigillata con un catenaccio nemmeno tanto robusto, ma che nessuno avrebbe mai osato rompere. Quel terreno apparteneva a un personaggio di cui non circolava il nome e che ovviamente non viveva in zona. Costui non ne faceva alcun uso e consentiva ai suoi tanti amici di metterci dentro tutto quello che volevano purché non dessero nell’occhio. Insomma quel terreno era di tutti e di nessuno, e nessuno sapeva mai niente.
Come campagna urbana praticamente faceva gola a chiunque avesse qualcosa da nascondere, specialmente se questa qualcosa faceva rumore, perché dalla strada era impossibile sentire alcunché. Nel suo cuore tutto poteva succedere e di fatti nel suo cuore succedeva di tutto, di notte e di giorno. Discariche abusive di ogni tipo, dismissioni di automobili e motociclette rubate che venivano smembrate e rivendute come pezzi di ricambio, o semplicemente nascoste per venire restituite al legittimo proprietario in cambio di una lauta ricompensa. Una volta questo lo si faceva con le bestie, si chiamava abigeato, furto di animale con richiesta di riscatto. 

Oggi questo reato è molto più raro, gli animali non hanno lo stesso valore di un tempo, non servono più per portare un pezzo di pane a casa. Semmai hanno molto più valore quando sono utilizzati nelle corse o nei combattimenti clandestini, eventi che rendono molto denaro all’ambiente mafioso per via del giro di scommesse che ne consegue. Non sono cambiati per nulla i tempi! È già da oltre un secolo che la mafia ha scoperto questo business, lo ha ereditato dai suoi cugini emigrati negli Stati Uniti durante il proibizionismo e non lo ha più mollato.
Per creare dei veri campioni di lotte fra cani bisogna che questi si allenino ad assaporare il sapore del sangue del loro nemico. Vengono creati dei mostri.
Nessun animale attaccherebbe un suo simile senza una più che giustificata motivazione e, in ogni caso, davanti alla resa dell’altro il vincitore si fermerebbe al primo morso. Questo però non farebbe alzare i ricavi sulle scommesse e perciò non conviene. Allora, per allenare i cani più forti ci vogliono delle cavie, preferibilmente robuste, che resistano il più possibile a quello che comunque per loro sarà il primo e ultimo ring. Per questo motivo alcune razze fanno più gola delle altre e se si ha la fortuna di trovare degli esemplari liberi, anche solo vagamente somiglianti ad un molosso, li si cattura e li si fa pure riprodurre. Buone fattrici in questo caso hanno si un grande valore, merce da proteggere e soprattutto da non tenere molto in vista. Ci sono troppi animalisti in giro oggigiorno e le denunce per maltrattamenti fioccano. 
Qualche anno fa, una decina circa, di gente informata ce n’era meno e, soprattutto, c’era ancora quel piccolo regno dell’ignoto che anche l’animalista più convinto non avrebbe avuto il coraggio di penetrare.

C’era dunque sino a poco tempo fa un enorme pezzo di terra, a Nord di Palermo, dove veniva nascosto di tutto, anche e soprattutto molti cani crudelmente sottratti alla loro libertà e destinati a morti altrettanto crudeli e atroci. Se non a peggio. Questo posto era prossimo ai palazzoni gialli dello Zen, la zona d’espansione che avrebbe dovuto migliorare la qualità di vita del popolo, ma che l’ha solo peggiorata. Quello stesso disastro architettonico che Geo ogni volta ricorda nel suo solito sogno. 
Era questo, infatti, il terreno dov’è nato e dove ha vissuto per i primi sette mesi assieme alla madre e a chissà quanti fratelli, di sangue e non … e ad altre bestie, non tutte quadrupedi. Ma, nonostante abbiamo modo di credere che sia stato oggetto di molte vessazioni, quel periodo rimane paradossalmente per lui il suo ricordo più bello. Perché in quell'immenso parco giochi Geo si sentiva libero. 
Geo dunque era uno di quei poveri cristi di cani solo lontanamente somiglianti alle razze da combattimento, un incrocio di alano e un molosso di chissà quale origine, e per questo destinato ad un atroce destino. Razza forte e robusta, la sua, tenace e molto resistente al dolore fisico. Il miglior sparring partner che si possa desiderare per questo genere deviato di allenamento. 
Geo di tutto ciò non sa nulla, per fortuna non ha visto in faccia questa triste realtà, la stessa che invece i suoi fratelli con molta probabilità hanno avuto la disgrazia di dover affrontare. Apparentemente in lui non vi è traccia mnemonica del suo passato, anche se qualcosa sembra che gli accada quando particolari stimoli a noi ignoti all’improvviso lo sovrastano.
Succede anche che sogni ad occhi aperti, cadendo in una specie di trance. Forse, così come quando dorme, rievoca le forti emozioni della breve ma intensa vita da cane randagio, vissuta all’interno del piccolo branco formatisi per qualche mese in quel terreno, il suo paradiso perduto. In questi momenti Geo è altrove, lo sguardo si perde nel vuoto e fa cose solo apparentemente prive di senso e prive soprattutto di autocontrollo… in questi momenti sembra che viva in un’altra dimensione.

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posa maliarda alla Bogart (giovanile, 2007)










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Dicono che non sono molto intelligente, anzi, dicono che sono un poco scemo. Però dicono tutti che sono anche molto bello e simpatico. Qualcuno ha perfino paura di me, anche se quasi sempre sono io ad avere paura di queste persone. Le guardo negli occhi e non le perdo mai di vista. Io le guardo negli occhi perché, se hanno cattive intenzioni, lo capisco dalla loro espressione. E se è il caso sono pronto a difendermi. Puzzano di paura.
Dicono che sono pericoloso perché mordo. Ma io in realtà non ho mai morso nessuno, ho dato solo qualche avvertimento, quando mi hanno colto alla sprovvista.
Dicono che non sono prevedibile, che specialmente con i bambini non devo mai essere lasciato solo. Questo è vero, ma solo in parte. In effetti di loro non mi fido. Sono loro quelli imprevedibili. E si esprimono male, gridano, sghignazzano come i gabbiani nel cielo… io non li capisco, mi spavento e quando mi spavento mi escono gli occhi fuori dalle orbite.
Dicono infatti che ho lo sguardo strano, con le pupille dilatate e il sopracciglio mobile, dicono che sono un poco strabico e che somiglio a un certo attore americano molto famoso per l’espressione ambigua e affascinante come me. Mi pare che si chiami Humphrey Bogart, mi pare. Io non lo conosco. Però! Quindi mi stanno dicendo che sono affascinante…? Sono contento.
Dicono che sono un cane triste e depresso, e disperato… lo dicono perché non sanno quello che so io. Loro non sanno che c’è un posto bellissimo dove mi aspettano da anni e dove potrei fare tutto quello che mi piace. Loro pensano che il mondo stia tutto dentro questo piccolo giardino dove non ci sono animali né persone e dove, dicono, io e mia sorella siamo al sicuro. Ma no! Non è vero che non c’è più niente là fuori! Ma.. quando li ho portati a spasso gliel’ho fatto vedere quant’è bello camminare sul marciapiede! Evidentemente non hanno capito nulla, come al solito.
Il marciapiede è un posto divertente e poi non finisce mai. In pratica, è una strada tutta bucata, piena di piante dove fare la cacca e la pipì e piena di roba abbandonata dagli umani, roba buona, profumata di pappa, molto interessante. Sul marciapiede ci starei tutto il giorno. È li che il mio papà cane è andato a stare, non so in che numero civico ma lo troverò. Io il marciapiede lo conosco così bene perché c’era anche là, nel mio paradiso, e scommetto che se cammino senza fermarmi prima o poi ritorno dalla mamma.
Era bello andare a zonzo lungo la recinzione e poi correre sempre più forte, anche se le macchine correvano molto più in fretta di me. Quando mi stancavo mi sedevo a guardarle e mi rilassavo, mi rilassavo, mi rilassavo... e sognavo:

"… però vicino la rete non ci posso stare sempre perché quei piccoli umani mi fanno impressione, urlano e tirano sassi, io non mi faccio male ma ho un po’ paura… l'altra volta uno di loro l’ho visto saltare dal muro, poi ha preso mio fratello e gli ha dato un calcio forte nel sedere e lo ha fatto rotolare giù fino alle pietre grosse. Rideva e diceva 'goool' … No, no, non bisogna stare vicino la rete! 
Anche il signore della luna me lo dice sempre e quando mi vede mi tira il collo e mi lega stretto all’albero gigante che c’è accanto alla vecchia casa dove dormiamo. Per fortuna la notte mi lascia libero perché lui è buono, non vuole che prendo freddo e che mi ammali. È tanto gentile a portarci la pappa, ora che mamma non ha più il latte fresco nelle tette ... non so perché ho sempre tanta fame e dire che ogni due lune lui arriva e porta sempre qualcosa di buono, però spesso non basta per tutti e ci costringe a litigare ... questo non mi piace! Dice che qua ci sono tanti conigli e che dobbiamo imparare a trovarcelo da noi il cibo quando lui non può venire, ma a me non mi importa! Anche se ho fame poi mi passa subito e vado a giocare lungo la rete di nascosto a lui, che tanto non c’è quasi mai! 
... mi diverte trottolare su e giù e seguire le persone che camminano nel marciapiede, poi se viene la bimba grande dagli occhi verdi mi diverto ancora di più perché lei mi porta una pappa molto più buona e mi dice tante cose belle! A me mi piace tanto lei! ... un giorno ha detto che mi avrebbe fatto uscire da qua a qualunque costo. Io non ho capito perché era così arrabbiata con il signore della luna, ma poi ho pensato che sarebbe stato bello uscire e andare in cerca del mio papà cane, lì fuori, nella lunga strada grigia! ... Ho deciso che se viene a prendermi la seguo volentieri! Poi tanto quando mi stanco ritorno - stai tranquilla mamma! - che il signore della luna nemmeno se ne accorge e non mi darà le botte… e poi se mi perdo guardo in alto dove ci sono gli scatoloni gialli pieni di buchi e cose appese e vengo subito a casa …"

posa per le coccole (rara!)

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La bimba grande dagli occhi verdi (lui la ricorda così) è la ragazza che ha sottratto Geo al suo atroce destino. Lo ha salvato.
In quel grande terreno e nella vecchia villa semi distrutta c’erano moltissimi cani - almeno una ventina - qualcuno ha sostenuto una volta di averli scorti tutti assieme da lontano. Mai però era stato possibile dimostrare la realtà delle cose e agire di conseguenza. Di fatto quella era una proprietà privata ben recintata e sino a quando le bestie non avessero dato disturbo neanche le forze dell’ordine sarebbero potute entrare o comunque fare alcunché.
I cani adulti erano tenuti in catena, legati ad una antica palma secolare, una di quelle che tracciava il viale principale della villa attorno la quale ormai si svolgevano esclusivamente attività clandestine. I cuccioli erano lasciati liberi di muoversi. Anche per loro, soprattutto per loro, valeva la stessa selezione naturale. Le 'bestie' dormivano in cucce precarie fatte di lamiere dismesse e pedane da imballaggio, avevano secchi melmosi per idratarsi e pane duro bagnato dalla pioggia. Non valeva la pena spenderci molto, se non sopravvivevano voleva dire che non erano adatti allo scopo. 
I più deboli o gli anziani non più fecondi, non di rado malati e denutriti, se gli diceva bene si trovavano d'un tratto per strada. Ma c'erano ancora altri usi redditizi, bastava spedirli dove era lecita la vivisezione, se non erano già stati usati per giochi e torture gratuite dai tanti bravi ragazzi del quartiere.

La bimba grande dagli occhi verdi sospettava tutto questo e più volte aveva chiesto aiuto, ma sapeva di non avere molte speranze, specie se, così come spesso aveva già visto succedere anche in altre circostanze, i cani, i cuccioli sopravvissuti allo svezzamento, continuavano a tenersi lontani dalla recinzione perimetrale e quindi dalla strada. Quelle povere bestioline d’altronde avevano il terrore della rete perché, per evitare rogne, i signori della luna, i procacciatori di morti viventi, incentivavano i ragazzini a tirare sassi e quant’altro contro i loro stessi animali. Dicevano che così sarebbero diventati più forti, dei veri cani da guardia e da combattimento. Quel signore in particolare era stato visto sparare pallini di gomma con una pistola giocattolo ai suoi malcapitati animali che, per errore, si erano avvicinati troppo al confine. Anche se di gomma, quei pallini fanno molto male lo stesso, e spaventano. Di fatto i cuccioli, terrorizzati, per lo più rimanevano accanto alla madre, nei paraggi della vecchia villa. Da adulti avrebbero dovuto avere un po’ meno paura, ma nessuno di loro arrivava a crescere tanto.

Geo in quel contesto costituì un’eccezione perché fra tutti era il più incosciente, non aveva paura di nulla o meglio non sentiva il dolore, neanche quando ricevette una rosa di pallini gommosi nel culo né tutte le volte che si scaraventò contro ciò che ostacolava la sua corsa frenetica, reti, rocce, muri di recinzione e tronchi mozzati di alberi resi invisibili dalle alte erbacce. Quel cucciolo, a parere del signore della luna, poteva essere venduto a buon prezzo perché per morire ci avrebbe messo molto, molto più tempo degli altri.

Ma la bimba grande dagli occhi verdi l’aveva intuito e aveva promesso a sé stessa e al cane che ad ogni costo glielo avrebbe impedito.  
Così un giorno …


fine prima parte

…. seconda parte

Quel giorno lei si avvicinò alla rete metallica che separava la strada dal terreno all’incirca alle sette di sera, come usava fare nel periodo estivo. Al tramonto c’era più silenzio e il cucciolo l’avrebbe sentita meglio. A quell’ora la luce era ancora sufficiente per controllare le condizioni di salute dei cani e, soprattutto, per guardarsi le spalle. La zona non era delle migliori e i frequentatori di quel giardino lo erano ancora meno.

Recentemente il suo amato e selvaggio amico a quattro zampe non le era sembrato quello di sempre. Se ne stava spesso in disparte e non più vicino la rete e, quando lei lo chiamava (non era Geo ancora il suo nome, ma più semplicemente ‘Cucciolo’), lui arrivava mesto e spento. Non c’era la vivacità del suo sguardo, quella che l’aveva fatta innamorare sin dal primo giorno, piuttosto affiorava tanta tristezza da un volto sempre più incavato. Altra novità preoccupante, non aveva nessuno al seguito. Infatti, il più delle volte, Cucciolo-Geo si portava appresso almeno un fratellino o una sorellina, coinvolti dalla sua esuberante galoppata verso il confine Ovest di quel loro piccolo mondo segreto.
Quella sera, però, al suo insistente richiamo nemmeno un cane si avvicinò alla rete. Neanche lui, Cucciolo… non c’era più? Forse era già stato venduto? 
No, non ci poteva credere perché il cane non era ancora abbastanza forte. In fondo, anche se aveva superato i sei mesi, Cucciolo-Geo era inesperto e inadatto ai combattimenti. E poi, con quel carattere così docile e giocoso… e se l’avessero portato all’addestramento? 
No, non in quelle condizioni, non era pronto neanche per quello. Lo stato di salute del cane recentemente era peggiorato, si vedeva ad occhio nudo persino attraverso quella odiosa rete metallica. Era dimagrito, non correva più, la sua giovane e promettente muscolatura si stava asciugando. Nessuno lo avrebbe pagato conciato così. 

Più volte la ragazza dagli occhi verdi aveva tentato di mettersi in contatto con l’uomo della luna per riscattare quel cucciolo, approfittando del momento. Molto probabilmente glielo avrebbe venduto per pochi soldi, visto che rischiava di morire se non fosse stato curato. E non rientrava fra le regole degli uomini della luna curare le proprie bestie. Ma non c’era riuscita. Nonostante i mille messaggi recapitatigli tramite i ragazzini che abitualmente si ritrovava fra i piedi, ogni volta che portava da mangiare a quei poveri cani, l’uomo non si era mai fatto vedere.

Sino a quel momento, nonostante sapesse tutto di lei e di quello che faceva per le sue bestie, l’uomo della luna non aveva fiatato. In fondo gli faceva comodo che qualcuno nutrisse quei cani. Perché no? Sarebbero diventati ben robusti senza spendere un centesimo. Ma da quando lei si era messa a fare domande in giro, le cose iniziarono ad andargli storte. Dar via la sua merce a quell’animalista del cavolo solo perché quei bastardi avevano preso un raffreddore? Giammai! Che crepassero piuttosto, a lui non gliene fregava più di tanto e di avere a che fare con quei rompiscatole dei salva bestie non ne aveva la minima intenzione.

Probabilmente, pensò la ragazza dagli occhi verdi, quel triste uomo della luna evitava appositamente ogni contatto con chi l’avrebbe potuto denunciare per maltrattamento e incuria nei confronti dei propri animali. E lei era pronta a farlo, anzi per la verità l’aveva già fatto, ma invano, dato che non c’era mai stata alcuna prova del fatto. 
Così si torturava al pensiero che, anche quella volta, l’essere immondo l’avrebbe passata liscia. Cucciolo-Geo e i suoi fratelli erano cresciuti, forse non abbastanza, ma due erano le cose: o li aveva passati di mano a qualcun altro con chissà quale malvagio scopo o li aveva eliminati, semplicemente perché malati e quindi, secondo il codice del suo ambiente perverso, inutili. E in ogni caso con lei, questa era ormai cosa certa, quell’uomo non voleva parlare.
Se c’era ancora qualche speranza per salvare i cuccioli avrebbe dovuto agire in fretta. Subito, quella sera stessa. Bisognava scavalcare quel dannato muro e cercarli in tutto il terreno. Ma come? 
Lei era piccola di statura e anche decisamente 'imbranata' (poco agile). Conoscendo bene i propri trascorsi era certa che, se anche per chissà quale miracolo fosse riuscita ad arrivare in cima a quella montagna di tufo sbriciolante, si sarebbe presa come minimo una storta alla caviglia e di certo non sarebbe stata più utile alla sua stessa causa.

“Salta tu!”

Ordinò quindi e categoricamente al suo compagno. Lui non ne aveva alcuna intenzione, era lì perché l’amava e ogni giorno, compatibilmente con i propri impegni lavorativi, l’accompagnava durante i giri per la distribuzione del cibo e delle cure ai loro numerosi amici. Ciò nonostante, non aveva alcuna intenzione di infrangere la legge. E poi temeva di essere visto da quell’assassino di cani privo di scrupoli. Era una follia e tentò di dissuaderla in tutti i modi.
Ma quello sguardo lo conosceva bene. A quei due meravigliosi fari verdi, abbaglianti e minacciosi, non era mai riuscito a resistere. Lei era fermamente decisa a trovare Cucciolo e i suoi fratelli e a portarseli via, immediatamente. Se l’uomo della luna fosse giunto in quel momento lei l’avrebbe convinto, con le buone o con le cattive. Non c’era legge alcuna sulla violazione della proprietà privata che le avrebbe potuto impedire di salvare una o più vite, di cui lei si riteneva in qualche modo responsabile. 
In effetti, questo era il suo grande rimorso, avrebbe dovuto rendersi conto prima che c’era qualcosa di strano e che quegli angioletti avevano bisogno urgente del suo aiuto.

“Salta subito e vai dietro quelle rocce, in fondo alla collinetta, potrebbero essersi nascosti lì. Altrimenti torna e poi vediamo… se nel frattempo arriva qualcuno, se ne discute”.

E lui obbediente salì sul muro.
Infilò il piede destro in una delle tante voragini scavate dal vento e dall’acqua, la più alta che potesse raggiungere dalla quota del marciapiede (lui era alto e snello, abbastanza agile), poi si mise a cavalcioni sulla cima irregolare di quel pezzo di storia urbana ed esitò un attimo…

“ora salto giù, ma non so com’è combinato il muro dal lato interno! E se non ci fossero crepe dove mettere i piedi, come faccio a tornare indietro?”

Nessuna pietà, nessun ripensamento l’avrebbe distolta da quel suo obiettivo:

“Ti ho detto di saltare! Se stai ancora seduto lassù in cima qualcuno ti vede e ti spara!”

E lui saltò dal muro.
In fondo alla collinetta c’erano alcune rocce naturali su cui erano cresciuti due spampinati ulivi selvatici, dal tronco grosso e cavo, dove i cuccioli usavano ripararsi dal sole ardente del mezzogiorno. Sovente le era capitato di vedere Cucciolo-Geo affacciarsi da dietro quelle rocce e andarle incontro correndo, con l’energia di un puledro al galoppo. Non era elegante come un cavallo, piuttosto era goffo, ma potente e a suo modo aveva uno stile, allegro e inconfondibile. Poi, quando giungeva al confine, non si sapeva fermare in tempo e si fiondava sopra la rete, massa per accelerazione compresa. Ma non si faceva mai male e sculettava felice, abbaiando per la gioia (lo sculettare è una caratteristica tipica dei Pastori dello Zen, dei maschi soprattutto!).

Quando la ragazza dagli occhi verdi, sempre più furenti, vide il suo uomo tornare dalle rocce a mani vuote, gli si scagliò contro com’era solita fare ogni qualvolta non riusciva ad ottenere ciò che desiderava. 
Chiese se avesse controllato bene e se avesse chiamato, urlato, sino a perdere la voce, il nome del Cucciolo. Ma era quasi certa che non si sarebbe fidata della sua risposta. L’urgenza del momento, in ogni caso, non le consentiva di strigliarlo a sufficienza né di impiantare alcuna delle loro consuete discussioni. 
Dietro le rocce non c’era nessun cane. Se così era (il dubbio, in fondo, le era rimasto, ma non poteva far altro che fidarsi della sua parola), allora i cuccioli dovevano essere da qualche altra parte, dentro quella infinita proprietà.
Sapeva che al centro del terreno c’era una villa antica che, però, non era mai riuscita a vedere, tanto era distante dalla strada. Bisognava arrivare sin là sotto e togliersi ogni dubbio, definitivamente. Era quasi certa che, nonostante tutto, ma solamente nel proprio interesse, quell’uomo malvagio avesse procurato ai cani delle cucce o quanto meno un luogo dove ripararsi dalla pioggia. E dove, se non dentro una vecchia casa abbandonata, risparmiando pure su questo fronte? 
Si, sicuramente i cani erano là, nel rudere. Era già buio, stavano male, avevano fame, avevano bisogno di lei… stava fremendo dalla rabbia e dalla paura di essere giunta troppo in ritardo.

“Vai alla villa e controlla bene, benissimo… non tornare se non hai guardato ovunque. Non ti succederà nulla e se incontri qualcuno digli che io sono andata a chiamare i Carabinieri…”

“Tu sei pazza!”

Le urlò il suo uomo, fermamente deciso, per quella volta, a non obbedirle. Dalla cima del muro spiccò un balzo giù sul marciapiede e fu finalmente fuori dall'incubo. Almeno per il momento…

“I Carabinieri arrestano me, se mi trovano dentro una proprietà privata e senza permesso! Piuttosto, andiamoci insieme in Caserma, anche se io comunque non credo che…”

Nel frattempo lei era già salita in macchina, ma non aveva alcuna intenzione di rivolgersi alle Forze dell’Ordine. Non intendendo andar via a mani vuote, fece il giro della proprietà sino a che non si trovò di fronte al cancello scardinato e arrugginito dell’ingresso principale, quello originario, l’unico attraverso il quale si sarebbe potuto accedere al terreno con un mezzo su ruote. Ovviamente era chiuso col lucchetto. Quel lucchetto però era nuovo e quasi luccicante, segno che da lì qualcuno era passato di recente. Poteva essere la luna giusta, quella in cui la bestia umana andava a controllare le sue vittime. Non c’era altro da fare che aspettare, quel giorno e anche i giorni seguenti, prima o poi l’avrebbe beccato e l’avrebbe costretto a dirle dov’erano finiti i suoi cuccioli.
Così spense i fari della sua Fiat Uno sgangherata e sporca, dentro e fuori, e tentò di fare mente locale sulle sue prossime azioni. 
Con quell’automobile conciata male e impresentabile era certa che non avrebbe dato nell’occhio. La presenza del suo uomo poteva esserle utile affinché tutti pensassero ad una coppietta imboscata. Anche per questo, dopo i primi metri, si era fermata e l’aveva aspettato per farlo salire in macchina. Ora però lui doveva stare al gioco e aspettare, anche tutta la notte. 
Non conosceva gli orari dell’uomo della luna, ma poiché la luna quel giorno si faceva desiderare potevano entrambi dire addio alla cena. Di cellulari a quei tempi non se ne parlava e quindi neanche i suoi genitori erano stati avvertiti. Pazienza, avrebbero capito.

Lui si era illuso. Pensò che quella lunga e forse vana attesa gli avrebbe almeno regalato un breve ma intenso momento d’amore con la sua bella ragazza dagli occhi verdi, che in quel frangente gli sembrarono ancora più verdi (di passione no, non ci aveva pensato minimamente, conoscendola). 
Ma lei era verde di rabbia, non faceva altro che parlare di quei poveri cani, accusando sé stessa di superficialità. Quei giorni preziosi che aveva fatto trascorrere senza provare seriamente a contattare la bestia umana, l’uomo della luna, quel procacciatore di morte per cani! 
Non solamente Cucciolo-Geo, ma anche i suoi fratelli non le erano sembrati un granché ultimamente. Non crescevano bene, anzi erano piuttosto magri, il loro naso non era più lucido, non mangiavano con appetito. Se fosse dipeso da lei, li avrebbe portati subito dal veterinario. Anzi, prima ancora di qualsiasi altro brutto sintomo, li avrebbe fatti vaccinare proprio per evitare il peggio. Almeno di questo non poteva incolparsi. La rete, l’ostracismo dell’uomo e l’ottusità della legge glielo avevano impedito. Ma a quegli ultimi segnali negativi sullo stato di salute dei cuccioli avrebbe potuto rispondere anzitempo. Se non altro facendo quello che aveva appena fatto. 
Nella vita le decisioni bisognava avere il coraggio di prenderle prima che il danno fosse compiuto, e non dopo. Prima che fosse tardi, troppo tardi. E lei non l’aveva fatto. Ma neanche lui, il suo uomo, il suo futuro compagno di vita, colui il quale era deputato a compensare i suoi difetti e a sorreggerla nel bisogno. Se fosse finita male, non se lo sarebbe perdonata. E nemmeno a lui.

L’uomo della luna spuntò alle due della notte.

Non era vecchio come lei si aspettava. Anzi, era piuttosto giovane, forse aveva la sua stessa età o poco più. Ma era vecchio nei modi rudi e nella voce rauca. Era grasso e camminava senza casco con una Vespa 200 automatica, nuova di zecca. Forse rubata, pensò d'istinto. 
Quando questi si avvicinò al cancello per aprire il lucchetto, la ragazza uscì di corsa sbattendo lo sportello della macchina e lasciando indietro il suo compagno. 
L’uomo della luna la guardò impassibile e non proferì parola. Lasciò a lei la precedenza.
Ma fra i due non poteva esserci dialogo alcuno. 
Lui stentava a capirla e mentre la ragazza, in italiano, provava ad esprimere le sue ragioni, lui continuava a massaggiarsi l’enorme pancia che gli faceva capolino da sotto una risicata maglietta della squadra del Palermo Calcio. 
Lei, che non sapeva spiccicare una parola in dialetto palermitano, continuava a insistere per entrare a vedere come stessero i cuccioli. Alla fine, l'uomo della luna le fece un sorriso amaro e, in silenzio, aprì solo metà cancello, entrò con la sua Vespa e glielo richiuse in faccia. Serrandolo con il catenaccio. 

A quel punto lei iniziò a urlare come una forsennata frasi del tono “io ti sto andando a denunciare, sei un assassino, ora chiamo i Carabinieri, da qua non mi muovo fino a quando non mi fai vedere i cuccioli” e così via... mentre la Vespa si allontanava a luci spente lungo il polveroso viale di palme che conduceva al cuore di quella proprietà. E scomparve.

Poi, dopo una decina di minuti, si sentì chiaramente il rombo del motore che si avvicinava di nuovo al cancello, da dove ovviamente lei non si era mossa di un centimetro. 
La targa l’aveva presa (per quanto avesse poche speranze che non fosse falsa), ma voleva minacciarlo ancora una volta, non poteva passarla liscia in quel modo.
Senza spegnere il motore, il ragazzo-uomo della luna scese dalla Vespa, si abbassò sulla pedana anteriore e sollevò un pacco scuro. Un sacco dell’immondizia, pensò lei. Poi si avvicinò al cancello e con un solo gesto lo lanciò in alto, oltre le sbarre, facendoglielo cadere con un tonfo sordo e cupo proprio ai suoi piedi. A quel punto si avvicinò al cancello e senza scomporsi le sussurrò:

“pigghiatillo tu, s’iddu u voi! ‘Sta cosa morta a mia ‘un mi servi cchiù”

Risalì tranquillo sulla Vespa e, sempre a luci spente, ritornò sui suoi passi.
Gli occhi verdi e atterriti della ragazza si fissarono su quella massa nera informe per un tempo indefinito...








Poi, da quei bei fari immensi colore smeraldo cominciarono a scendere tante lacrime silenziose. Il suo giovane e caro amico, il suo cucciolo, era morto…

...

Cucciolo Geo aspettava sempre con ansia l’arrivo della bimba grande dagli occhi verdi, anche se, da qualche giorno, non riusciva più a divertirsi come prima nell’andarle incontro. Non aveva la forza di correre, sentiva dolore alla pancia e vomitava di continuo. Ma queste cose a lei non gliele aveva mai fatte vedere, si vergognava. 
E gli sembrava pure male non accettare i regalini che ogni sera la sua amica gli porgeva attraverso la rete. Tutti quei croccanti biscottini che, per la verità, a lui nemmeno piacevano tanto. Non era mai stato un grande mangiatore e ultimamente la fame gli era sparita del tutto. Per amor suo li prendeva in bocca e li ingoiava quasi interi, non tutti però.

“Tutti non posso proprio farcela, bimba grande! Ma… perché invece di darmi sempre pappa non mi porti un po’ in giro? Me l’avevi promesso, una volta. Mi avevi detto che mi avresti portato dal mio papà, nel lungo viale grigio che passa da qui. Ma… che fai? 
Anche oggi vai via senza di me?... 
E va bene, niente ci fa! Domani quando vieni mi farò trovare pronto, dietro la rete, nel solito angolino. E tu mi porti via. 
Solo per il pomeriggio, poi voglio tornare dalla mamma, non posso lasciarla da sola”

...

Senza che ancora nessuno se ne fosse reso conto in quei giorni si stava espandendo a macchia d’olio una grave epidemia di parvovirus. Il quartiere dove stava Geo con i suoi tanti compagni di sventura, lo Zen, ne era completamente infetto. Decine di cani, cuccioli per la maggior parte, morivano disidratati per la diarrea e il vomito. Nessuno si curava di loro, dei cani randagi, a nessuno interessava il motivo della loro scomparsa. 
Il virus si diffondeva per contatto e tutto costituiva un facile veicolo alla sua trasmissione. Cani, oggetti, persone, animali. Difficilmente se non vaccinati i cuccioli di quella zona riuscivano a sopravvivere alla gastroenterite virale e in una settimana o poco più, a volte in pochi giorni, morivano stecchiti e nelle sofferenze più atroci. E nel silenzio, perché non erano in grado chiedere aiuto.

L’uomo-ragazzo della luna aveva capito che le sue bestie stavano male, per lui era una perdita economica notevole, ma curarli gli sarebbe costato di più che lasciarli morire. In fondo non aveva investito alcun capitale per loro. Solo la madre di Geo gli era costata parecchio! Un biglietto per Palermo Juventus del 6 febbraio del 2005. La sua squadra era tornata da poco in serie A e lui aveva dovuto rinunciare alla partita del cuore per quella maledetta cagna. La domenica sera, dopo l’ 1-0 per il Palermo, per la rabbia si era sfogato sulla povera bestia. Ma di quell’acquisto in seguito non se ne sarebbe mai pentito, alla luce degli esemplari che gli sfornò ogni sei mesi ‘quella vacca’, così come usava rivolgersi quando parlava della sua migliore fattrice.
In ogni caso, da quand’aveva intuito la mala sorte della cucciolata di Geo, li aveva separati dalla madre e dagli altri del branco, per evitare inutili contagi. Aveva chiuso la recinzione interna della villa e li aveva abbandonati a loro stessi nel terreno circostante, senza cibo né acqua, tanto ormai erano spacciati e prima morivano meglio era per tutti. Quella sera, quando la ragazza gli chiese del Cucciolo-Geo e dei suoi fratelli, gli tornarono alla mente, era giorni che non ci pensava più. Chissà se erano già morti. 
Come poteva farla tacere ed evitare che andasse alla Polizia? Quella voleva vederli, almeno uno, il più grosso di tutti. Quel maschio con cui lui aveva sperato di fare tanti soldi. Fortunatamente era il più malandato, molto probabilmente era già morto prima degli altri, forse se glielo consegnava si sarebbe calmata e se ne sarebbe andata dal cancello. Stava attirando troppa attenzione, se fosse passata una pattuglia in quel momento… 
Così andò a cercare le bestie malate nel giardino retrostante la villa e non gli fu difficile trovarle.

Erano tutti e quattro riversi per terra, secchi come chiodi, sporchi di escrementi e di vomito, ma non erano ancora morti. Vuoi vedere, pensò, che sarebbero pure sopravvissuti a quello schifo? Solo uno, e paradossalmente quello che sembrava il più forte di tutti, gli parve arrivato al traguardo. Quello scemo di un Cucciolo aveva smesso di sculettare per sempre. 

Lo trovò arrotolato a ciambella con lo sguardo rivolto a Nord, verso i palazzi gialli dello Zen, e chissà da quante ore stava in quella posizione. Lo sguardo vitreo, con gli occhi ancora aperti, ma completamente inespressivi…


uno scorcio sul quartiere palermitano noto come ZEN 2





“È andato il bastardo, porca miseria a lui”

Lo infilò di peso (ormai non doveva superare i dieci, dodici chili, pelle e ossa comprese) nell’enorme sacco nero già pieno di porcherie e lo caricò sulla Vespa. Poi lo gettò alla ragazza, oltre il cancello. Che la seppellisse lei quella carogna, se proprio ci teneva.

Non gli passava per la testa l’idea, all’uomo-ragazzo della luna, che per qualcuno i cani potessero valere molto di più di quei cento, duecento euro che avrebbe potuto fare, rivendendoli come sparring partner. Per lui era impossibile comprendere le ragioni della ragazza dagli occhi verdi, sprecare il proprio tempo e peggio il proprio denaro per ‘salvare’ dei cani che comunque sarebbero morti, o in combattimento o, ben che gli fosse andata, schiacciati da una macchina. 
Salvarli? E da che? Almeno lui li faceva combattere da veri eroi. Lui dava un senso alla loro esistenza. E se poi ce l’avessero fatta? Se avesse cresciuto almeno un campione fra i tanti bastardi del cavolo, che comunque aveva levato dalla strada? 
Lui, l’uomo-ragazzo della luna, non pensava di fare del male a nessuno con quel suo ‘lavoro’. Anzi! Se il randagismo era un problema per la gente, lui contribuiva a risolverlo. E che non gli parlassero di violenza! Cosa voleva dire violenza o maltrattamento nei confronti degli animali? 
Sin da bambino aveva dovuto imparare a difendersi dai calci del padre, dalle violenze dei fratelli maggiori, da ogni genere di abuso che aveva subito dentro e fuori le mura di casa. Di casa sua. Non poteva mai immaginarsi un mondo diverso da quello, dove per sopravvivere doveva fare come gli altri. Dare calci a un cane era un gioco che aveva imparato sul marciapiede, da bambino. Questa era la sua realtà, una realtà di ignoranza e abbandono che non gli consentiva di conoscerne altre, differenti o migliori della sua.

...

“Se guardo fisso gli scatoloni gialli non mi perdo. Se li guardo poi ritrovo la mia mamma. Non la vedo più da tanto tempo, chissà dove mi hanno portato. Non c’è nessuno qua, ma io non ho paura. Adesso mi addormento, mi riposo un pochino, non mi sento tanto bene… poi quando mi sveglio torno a casa… basta che guardo gli scatoloni gialli pieni di buchi e la mamma sta la sotto, che mi aspetta…”

...

Il Cucciolo-Geo si era addormentato con gli occhi aperti… ma non era ancora morto…
Non si era accorto di niente, era sfinito, spossato, a un passo definitivo dal peggio, dall’irreparabile, ma era ancora vivo… il suo sguardo perso nel vuoto ingannò l’uomo-ragazzo della luna il quale, nel buio di quella notte avida di stelle, l’aveva preso per morto stecchito. E quello sguardo perso nel vuoto, lo stesso sguardo in cui ancora oggi il nostro Geo spesso si abbandona, è stato lo sguardo che lo ha salvato dalla fine triste e dolorosa che hanno fatto, molto probabilmente, ma non lo sappiamo per certo, i suoi tre poveri fratelli.
Quella sera infatti la ragazza dagli occhi verdi chiese, urlò, maledisse l’uomo della luna affinché le desse i cadaveri di tutti gli altri cuccioli, ma inutilmente. E dovette allontanarsi dopo che l’uomo-ragazzo la minacciò quasi con la forza. L’unica sua speranza, l’unico motivo per cui riuscì a dormire un paio d’ore quella notte fu che il suo piccolo amico non era ancora morto, no!

Dopo che quella bestia disumana le aveva lanciato il sacco, dopo aver pianto lacrime amare, dopo aver chiesto e urlato invano per sapere cosa stesse succedendo agli altri cani… dopo quegli interminabili momenti, si decise ad aprire … doveva farlo lei, lei era la responsabile di quella morte, e nessun altro… delicatamente, per rispetto, per amore, slacciò quel filo trasparente con cui era avvolto quel pacco informe. 
E come temeva dentro c'era il suo cucciolo. 
L'abbracciò, lo guardò ancora una volta ma, mentre stava per chiudergli gli occhi, quello sguardo spento, lo stesso che aveva ingannato il nemico, all’improvviso scomparve. 
Le palpebre del Cucciolo si mossero, per una frazione di secondo i suoi occhi si immersero nel verde generoso e caldo degli occhi di lei e poi si chiusero spontaneamente, i lineamenti irrigiditi parvero distendersi. Forse gli occhi verdi della bimba grande lo fecero tornare in sé, forse capì che poteva finalmente rilassarsi e che l’aver guardato fisso gli scatoloni gialli, in fondo, gli era stato utile. Alla fine era riuscito a ritornare dalla sua dolce mamma.

C’era solo un veterinario che faceva servizio notturno quella sera. Era il più caro e lei non sapeva se sarebbe riuscita a pagarlo, ma ci andò di corsa. La diagnosi era chiara e le probabilità di sopravvivenza quasi nulle. Ma Cucciolo-Geo era ancora vivo. 
Era un cane forte e ce l’avrebbe fatta.

L’indomani riuscì a convincere un amico dell’Arma, un giovane carabiniere, che dentro quel terreno abbandonato succedevano cose strane e contro la legge e, con il quasi cadavere del cucciolo come prova, il militare accettò di chiedere all’uomo-ragazzo della luna di fargli dare un’occhiata alla villa. 
Non servì a nulla, ovviamente. 
C’erano solo cani che, per quello che l’inesperto carabiniere poteva capire, tutto sommato erano in buona salute. Si, forse non proprio ben pasciuti ma sani, con ciotole piene d’acqua e pane duro. Di cuccioli neanche l’ombra. Dietro la villa c’erano pure delle galline dentro un pollaio e un orto pieno di pomodori e melanzane. 
Ufficialmente l’uomo-ragazzo della luna era il guardiano del terreno, villa e giardini, tutto compreso. Aveva le chiavi e coltivava qualcosa per la sua famiglia. I cani gli servivano per fare la guardia a quelle sue poche ricchezze. Che male faceva dunque? Qual’ era il reato per il quale sarebbe stato accusato dalla ragazza?

...

Che fine abbiano fatto i fratelli e la madre di Geo, noi non lo sappiamo. 
Se siano morti di gastroenterite, scannati da un loro simile durante un combattimento o seviziati da balordi di strada… Noi non lo sappiamo… 
Geo si è salvato… Ma da cosa? 
Da tutto questo, si può tranquillamente affermare. Si, è vero, dalle mille atrocità che l’uomo sa compiere e compie quotidianamente nei confronti dei più deboli, siano essi cani, gatti, animali in genere o suoi simili. 
Quindi Geo è stato salvato per mani dell’uomo dal male che un altro uomo gli stava facendo. Ma se l’uomo in genere non disponesse degli animali come fa di tutto il resto, oggi Geo forse sarebbe un cane libero, forse sarebbe morto per una malattia o per un incidente… o forse no.

Togliere Geo dalle mani di quel degenerato è stato un bene. È stato giusto.

Io però so solamente che, nonostante siano già passati dieci anni, il nostro cane non ha mai smesso di guardare verso Nord, verso i palazzi dello Zen che da qua, però, non si vedono. 
Geo cerca ancora la strada lunga e il marciapiede grigio, dove sognava di vivere da grande. 
Geo non è felice dentro questo nostro piccolo giardino né, peggio, quando è chiuso in casa con noi. 
Lui sorride e sculetta sempre nel vederci e fa festa a tutti i nostri ospiti, ma subito dopo si allontana e il suo sguardo si spegne, come quando si stava per addormentare per sempre. Si illumina solamente quando suo padre, il suo padre umano, prende il guinzaglio e lo porta con sé sul marciapiede. Là Geo ritorna il cucciolo che era e che è sempre rimasto, e tira forte verso Nord, verso casa sua, verso quel terreno che ormai non esiste più.

...Geo è vecchio, ma non si stancherà mai di cercare con lo sguardo i suoi amati scatoloni gialli...





se vi va di leggere, ho ancora qualche storia vera che mi piacerebbe raccontarvi ...



io sono Bimba Pimba!

Anubi e Trottolino, una vera storia d'amore
Giggia, il mio spirito libero
la regina Gelsomina
un uomo e un cane



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